Salivamo dal mare con i miei cugini e, appena entrati in terrazza, aprivamo il pesante coperchio di legno della cisterna.

Con un gesto veloce ma preciso lasciavamo scendere “ù sicciù”, il secchio di ferro legato a una lunga corda.

Ancora oggi uno dei suoni più nitidi della mia infanzia è quello.

Il secchio che scende nel buio.

Poi il tonfo sull’acqua.

Infine l’eco che risale dalle pareti della cisterna.

«Piano piano» diceva mia madre.

«L’acqua è preziosa.»

Da bambino quelle parole mi sembravano soltanto una delle tante raccomandazioni degli adulti. Oggi invece ne capisco il significato.

Ricordo l’acqua gelida che ci buttavamo addosso dopo il mare per togliere il sale dalla pelle. Ricordo il piacere di quella freschezza nelle giornate più calde dell’estate.

Sono ricordi semplici, ma ancora vivi.

Oggi basta aprire un rubinetto e l’acqua arriva.

È un gesto talmente normale che quasi non ci facciamo più caso.

Eppure, prima di arrivare a quel gesto, a Stromboli è passata molta storia.

E ne è passata anche molta di acqua nelle cisterne.

Un’isola assetata

L’acqua è sempre stata una delle grandi sfide della vita a Stromboli.

L’isola non ha mai avuto sorgenti abbondanti capaci di soddisfare il fabbisogno della popolazione. Esistono però testimonianze storiche che raccontano la presenza di piccole emergenze d’acqua naturali.

Una delle più conosciute era la Schicciola, ricordata dagli strombolani più anziani e citata anche da alcuni viaggiatori del passato.

Si trovava in quota, intorno ai 500 metri di altitudine.

Probabilmente non si trattava di una vera sorgente nel senso classico del termine, ma di un punto in cui l’acqua piovana e l’umidità trattenuta dal terreno vulcanico riuscivano a raccogliersi in una conca naturale della roccia.

La quantità d’acqua disponibile era comunque minima.

Nel 1909 Luigi Bertarelli, nelle pagine dedicate a Stromboli della sua “Escursione alle Isole Eolie”, scriveva:

«Come in tutte le Eolie, qui non c’è una sola fonte, o, per essere preciso, ce n’è una, la quale dà, goccia a goccia, sì e no una bottiglia d’acqua ogni dieci minuti.»

Anche l’arciduca Luigi Salvatore d’Austria, alla fine dell’Ottocento, cita una piccola sorgente nei pressi del mare, nella zona di Sutta Lena, vicino Punta da Fontana.

Segni di una presenza d’acqua naturale che però non poteva sostenere una comunità intera.

Per questo motivo gli strombolani hanno imparato fin dall’antichità a fare affidamento soprattutto sull’acqua piovana.

Acqua di cielo

Per secoli la vera ricchezza di Stromboli è stata la pioggia.

Ogni casa era costruita per raccoglierla.

Le tradizionali abitazioni strombolane, con le loro terrazze e i tetti piani, convogliavano l’acqua verso grandi cisterne sotterranee.

Quando arrivava un temporale nessuno si lamentava.

Anzi.

La pioggia era una benedizione.

Riempire la cisterna significava avere acqua per bere, cucinare, lavarsi e vivere.

Ogni famiglia custodiva gelosamente la propria riserva.

L’acqua non si sprecava.

Si utilizzava con attenzione.

Era una questione di sopravvivenza prima ancora che di risparmio.

Quando l’acqua finiva davvero

Oggi è difficile perfino immaginarlo.

Se abbiamo sete apriamo un rubinetto. Se manca l’acqua compriamo una bottiglia al supermercato.

Per generazioni, invece, gli strombolani vivevano esclusivamente con l’acqua che erano riusciti ad accumulare durante l’inverno.

La cisterna si riempiva con le piogge e quella riserva doveva bastare per mesi.

Soprattutto per l’estate.

Se l’inverno era stato poco piovoso oppure se durante l’anno si era consumata troppa acqua, il problema diventava serio.

Perché quell’acqua non serviva soltanto per lavarsi o cucinare.

Si beveva.

Era l’acqua della famiglia.

Non esistevano supermercati pieni di bottiglie minerali e non esistevano rifornimenti continui.

Quella era l’acqua che avevi.

E quando finiva, finiva davvero.

Capitava allora che una famiglia si rivolgesse a un vicino, a un parente o a un amico che aveva una cisterna più grande o semplicemente più piena.

Si chiedeva un secchio d’acqua.

Un gesto che oggi può sembrare incredibile ma che per molto tempo ha fatto parte della vita quotidiana dell’isola.

Pensiamoci un attimo.

Restare senza acqua da bere e dover bussare alla porta di qualcuno per chiedere un secchio d’acqua per la propria famiglia.

Oggi sembra una scena appartenente a un altro mondo.

Eppure a Stromboli non è passato poi così tanto tempo.

Anche per questo l’acqua era rispettata.

Non perché qualcuno lo imponesse.

Ma perché tutti sapevano quanto fosse preziosa e quanto fosse difficile procurarsela.

L’arrivo delle navi cisterna

Le cose iniziarono a cambiare nella seconda metà degli anni Cinquanta.

Arrivarono le prime navi cisterna che trasportavano acqua fino all’isola.

Tra queste le unità della Marina Militare Adda, Adige e Ticino, impiegate per rifornire Stromboli in un periodo in cui l’acqua continuava a essere una delle principali difficoltà della vita quotidiana.

Inizialmente il servizio era destinato soprattutto alle principali strutture ricettive dell’isola, ma con il passare degli anni il sistema si ampliò.

Le manichette correvano lungo le strade e raggiungevano le cisterne delle abitazioni.

Chi è cresciuto a Stromboli negli anni Sessanta, Settanta e Ottanta ricorda ancora quei lunghi tubi distesi nei vicoli.

In un certo senso quello fu il primo acquedotto strombolano.

L’acquedotto di oggi

Negli anni Novanta venne realizzata la rete idrica moderna che ancora oggi serve l’isola.

Ma a differenza di quanto molti immaginano, l’arrivo dell’acquedotto non ha eliminato le cisterne.

Le cisterne sono ancora presenti in tutte le abitazioni di Stromboli.

Sono parte integrante della struttura delle case e continuano a svolgere la loro funzione di serbatoio.

La differenza è che oggi vengono riempite principalmente attraverso la rete idrica.

Alcune famiglie continuano anche a raccogliere l’acqua piovana, mentre altre hanno preferito eliminare i collegamenti dai tetti. Le frequenti ricadute di cenere vulcanica e la necessità di pulire periodicamente le superfici di raccolta hanno infatti portato molti proprietari a utilizzare esclusivamente l’acqua proveniente dall’acquedotto.

Ma il principio è rimasto lo stesso.

L’acqua continua ad arrivare nelle cisterne.

E dalle cisterne entra nelle nostre case.

Una lezione da ricordare

Ripensando oggi a quelle parole di mia madre, mi rendo conto che non parlavano soltanto dell’acqua.

Parlavano del rispetto per le cose importanti.

«Piano piano, che l’acqua è preziosa.»

Era una lezione semplice.

Una lezione che gli strombolani hanno imparato per necessità e che forse oggi dovremmo ricordare tutti.

Perché viviamo in un tempo in cui basta aprire un rubinetto per avere acqua a disposizione.

Ma dietro quel gesto apparentemente banale ci sono secoli di adattamento, sacrifici e rispetto per una risorsa che non è mai stata infinita.

E ogni volta che penso al rumore di quel secchio che cadeva nella cisterna, mi torna in mente una verità semplice.

L’acqua non è mai stata soltanto acqua.

A Stromboli è sempre stata vita.

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Chi è Leoliano Scalzo?

Mi chiamo Leonardo Nardi e sui social mi conoscono come Leoliano Scalzo.

Sono cresciuto a Stromboli, ai piedi del vulcano, e da anni racconto le Isole Eolie attraverso video, fotografie, dirette e racconti.

Su questo sito condivido storie, tradizioni, personaggi e luoghi che fanno parte della memoria delle nostre isole.

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