Gli strombolani hanno sempre avuto un rapporto profondo con il vulcano.

Un rapporto fatto di rispetto, paura, silenzio e convivenza quotidiana.

Oggi tutti vogliono salirci sopra, fotografarlo, raccontarlo.
Ma fino a non molti anni fa non era così.

Per chi viveva davvero Stromboli, il vulcano non era un’escursione.
Era presenza.
Era vita.
Era qualcosa da osservare con rispetto.

I vecchi strombolani non lo chiamavano “Iddu”, come oggi fanno in molti.

Per loro era:
“A Muntagna”.
Oppure:
“U Vurcanu”.

E certe volte:
“U Struognuli”.


Quando il vulcano non era turismo

La prima comunità moderna strombolana, nata verso la fine del Seicento, imparò a convivere con il vulcano accettandone gli umori e gli eventi.

La montagna faceva paura.
Ma allo stesso tempo faceva parte della vita quotidiana.

Prima della grande emigrazione, il vulcano era coltivato fino a circa seicento metri di quota.
Cotone.
Vigne.
Capperi.
Olivi.
Fichi.

Gli strombolani partivano ancora con il buio per raggiungere i terrazzamenti e lavorare la terra.

Quello era il loro modo di vivere la montagna.

Non si saliva per vedere un tramonto.
Si saliva perché quella era la vita.

Certo, nei secoli Stromboli aveva già attirato studiosi, viaggiatori e avventurieri da tutta Europa.
Ma non erano gli isolani a frequentare la cima.

Gli strombolani vivevano il vulcano in un altro modo.
Da sotto.
Da dentro.
Con rispetto.


Mio nonno salì sul vulcano una sola volta

Mio nonno, nato a Stromboli nel 1928, salì in cima al vulcano soltanto una volta nella sua vita.

Successe durante le riprese del film Stromboli Terra di Dio, quando molti strombolani furono ingaggiati per trasportare materiali e attrezzature della troupe.

Per il resto della sua vita non sentì mai il bisogno di tornare lassù.

Mia nonna, mia madre e molti della mia famiglia non sono mai saliti sul vulcano.

E anche io, la prima volta che decisi di farlo, dovetti andarci quasi di nascosto, nonostante avessi già venticinque anni.

Perché a Stromboli il vulcano non era un gioco.
Non era un’attrazione.
Era qualcosa di più grande.


Perché gli strombolani non dicevano “Iddu”

Oggi la parola “Iddu” viene usata ovunque.

È diventata quasi un simbolo turistico dell’isola.

Ma i vecchi strombolani non parlavano così.

Dire “lui” sarebbe stato troppo confidenziale verso colui che dominava l’isola.

Per questo lo chiamavano:
“A Muntagna”.
“U Vurcanu”.
Oppure:
“U Struognuli”.

Il termine “Iddu” iniziò a diffondersi soprattutto dagli anni Sessanta in poi, affascinando molti frequentatori estivi dell’isola.

Ma non appartiene davvero alla vecchia storia strombolana.

Io personalmente non l’ho mai usato.
E ancora oggi faccio fatica a sentirlo ripetere continuamente.

Perché racconta perfettamente il cambiamento avvenuto sull’isola:
il passaggio da una Stromboli vissuta con riverenza a una Stromboli spesso consumata troppo velocemente dal turismo moderno.


Ai piedi del vulcano

Oggi è bellissimo poter visitare Stromboli, ammirare il vulcano e salire fin quasi alla cima.

Ma dovremmo sempre ricordarci una cosa.

Stromboli non è un parco giochi.

È una montagna viva.
Un’isola fragile.
Un luogo abitato da persone, storie e memoria.

E forse il modo migliore per amarla davvero è ricordarsi che qui siamo sempre ospiti.

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Chi è Leoliano Scalzo?

Mi chiamo Leonardo Nardi e sui social mi conoscono come Leoliano Scalzo.

Sono cresciuto a Stromboli, ai piedi del vulcano, e da anni racconto le Isole Eolie attraverso video, fotografie, dirette e racconti.

Su questo sito condivido storie, tradizioni, personaggi e luoghi che fanno parte della memoria delle nostre isole.

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